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CENTOCHILOMETRI DELLA GRANOCCHIA , 28 APRILE 2024 - SI PRESENTA

Quest’anno la Centochilometri cambia percorso, riportando in auge la tradizione delle prime edizioni, quando ogni due anni l’itinerario era diverso. Lasciata con qualche rimpianto la traccia che portava sul Monte Amiata (dove comunque gli amici del Circuito Toscano saranno il 7 luglio, con la granfondo di Santa Fiora), si torna alle terre della bellissima val d’Ombrone, che – tra parentesi – danno il nome alla nostra Società.

Il Fiume Ombrone, che lambisce l’abitato di Paganico prima di buttarsi nella Maremma sarà risalito lungo un itinerario davvero pieno di fascino: dopo qualche chilometro di pianura pedalato a fianco della ferrovia per Siena, si attaccano le prime pendenze della giornata, imboccando il tortuoso viale cipressato che conduce in breve al Castello di Monte Antico. Lambita quella che in realtà è poco più una fattoria storica fortificata di antica origine (ma molto rimaneggiata nel tempo), si guadagna un crinale dal quale si gode – verso destra – di una splendida vista su Montalcino, in alto, e – sotto – sulle migliori vigne dell’omonimo Brunello (guardando bene si nota che alcune sono impiantate in modo da disegnare il fianco della collina).

Dopo qualche centinaio di metri si rientra nel bosco, con lievi saliscendi prima, con una salita pedalabile poi: tra le fronde, sulla sinistra, quando la salita indurisce un poco, spunterà il castello di Casenovole: siamo nel cuore del feudo dell’antica famiglia degli Ardengheschi. Ancora poco e, superato l’abitato di Fercole, una breve ascesa porterà a Casal di Pari per il primo ristoro.

Casale è il paese di Galep, alla cui matita si deve il mitico Tex Willer (entrando in paese si trovano alcune sagome in corten che abbozzano i personaggi della saga: ...ma che ne sanno i Duemila!).

Dopo il ristoro (fare il pieno d’acqua!), giusto il tempo di digerire, perché il gioco si fa presto duro: scolletto in località Leccio e discesa pazzesca per il ponte sul torrente Farma (prestare attenzione: le pendenze sono a due cifre), che è un affluente del Merse (e poi dell’Ombrone); torrente che ritroveremo quasi a fine percorso.

Il passaggio sopra il Farma avviene in un posto magico: le terme di Petriolo sono conosciute fin dal tempo degli Etruschi per le proprietà curative delle acque ipertermali che ivi sgorgano da sempre, acque dove è possibile bagnarsi anche in pieno inverno. Osservando i luoghi si nota ancora l’incastellamento della sorgente entro un minuscolo quadrilatero di mura trecentesche, con tanto di maschio di guardia costruito sul vertice orientale.

Lasciati (beati loro) i bagnanti di Petriolo a crogiolarsi nelle vasche bollenti, una falsa discesa induce a un imprudente ottimismo che sarà presto tradito: seguito infatti per poco il corso discendente del Farma, la strada piegherà subito a sinistra, attaccando con una salita durissima di circa ottocento metri (fino al bivio di Montepescini). Attenzione, perché la parte dura finisce al bivio, ma non finisce la salita. Per quanto non durissimi, seguono pochi ulteriori non facili chilometri fino al viadotto sopra la quattro corsie e poi oltre, lungo una piccola serie di tornanti.

Un rettilineo a dorso d’asino annunacia la fine della fatica e conduce alla piazzetta di Iesa, dove è possibile, oltreché leccarsi le ferite, fare il pieno d’acqua: a quel punto – promesso – salite come quella appena fatta non ce ne saranno più!

Si prosegue infatti in un bel castagneto naturale, fino al bivio di Tocchi (meriterebbe una deviazione a destra alla abbazia trecentesca o al castello, ma la Granocchia gira a sinsitra); quindi una bella discesa tranquilla e ombrosa, seguita da una breve risalita pedalabile che finisce a Monticiano.

Si prosegue in piena tranquillità, sempre in ombra e senza grosse asperità fino a Scalvaia (poco prima del bivio, sulla sinistra, un monumento ricorda l’orrendo eccidio del marzo 1944).

Discesa fino a ritrovare il torrente Farma; ponte e poi salita abbastanza breve e relativamente tranquilla fino a Torniella, dove è allestito il ristoro.

Ancora bosco e ombra, per il momento, poi la breve salita brulla per Roccastrada, dove però cominciano a riaprirsi panorami ariosi verso il mare: raggiunto il capoluogo, si sente ormai aria di casa; superatolo in agile discesa, si cominciano infatti a vedere le terre di Civitella e di Paganico, con sullo sfondo il massiccio amiatino. La salita ormai è solo un ricordo.

Ampi tornanti veloci portano a un rettifilo che sarebbe adattissimo per una crono, interrotto però bruscamente dalla svolta a destra, in direzione di Aratrice (chi teneva la testa bassa e ha tirato dritto, peggio per lui…).

Una breve strada rupestre conduce quindi alla provinciale del Tollero. Questa imboccata, si punta finalmente a rientrare a Paganico, raggiunto velocemente dopo un’ultima simpaticissima gobbetta.

Peccato però che a Paganico rientra il solo percorso medio.

Il lungo si rimangia infatti tutte le promesse fatte di basta salita e fine delle pendenze, perché – a un passo davvero dall’ingresso a Paganico – imbocca a destra la strada di Pietratonda: il gradevole falsopiano pinetato che segue è una specie di trappola; all’improvviso infatti attacca, prima con un drittino, poi a tornanti, la breve – ma dura – salita di Pietratonda.

In vista di Montorsaio la pendenza si addolcisce un po’ e, in fine di salita, addirittura si trova, sulla destra, una fontanella di acqua sorgiva. Segue una discesa tecnica prima nella macchia, poi in oliveto, con squarci di panorama verso la piana grossetana. Giunti nel vallivo della quattro-corsie, la si supera in cavalcavia per attaccare – ovviamente in salita – la via di Fontemarina. Poi discesa e poi ancora salita non dura, ma a tratti nervosa (però breve). Sotto il poggio di Campagnatico, svolta a destra, in discesa fino al ponte sull’Ombrone, traversato per la prima volta.

Segue una specie di ricreazione, con qualche chilometro lanciato di pianura, finché – svoltando a sinistra – si imbocca la provinciale della Voltina.

Ancora qualche tratto di padellone, fino all’abitato di Granaione, dove si articola una nuova piccola asperità, seguita dalla calata nel vallivo del torrente Melacce e dall’attacco della salita di Cinigiano, che siccome è fin troppo pedalabile, viene presto abbandonata, piegando sulla sinistra in direzione di Montecucco.

Solita discesa traditrice che, come sempre porta dove comincia l’ultima vera salita: gli amici della Granocchia la conoscono bene, perché era compresa anche nel percorso degli scorsi anni. Tre tornanti nervosi, con in mezzo una piccola pianella per respirare, portano sul dorso del Montecucco che, oltre a essere il posto bellissimo puntellato di pievi, castelli e cipressi (e salite!) che da lassù si vedono bene, è una delle più interessanti giovani DOCG della Toscana.

Il panorama distrae dall’ultimo ampio scolletto che, dal crinale di Montecucco, con un po’ di fatica porta alla frazione di Poggi del Sasso. Quindi discesa, a tratti impegnativa. Svolta a sinistra con ingresso in Sasso d’Ombrone, dove una scritta, tragicomico residuato del Ventennio, esorterà gli increduli ciclisti a fare grande il popolo italiano!

Ma a quel punto sarà fin troppo facile essere eroi, perché una breve discesa condurrà al secondo attraversamento del fiume Ombrone, cui seguirà – nell’ordine – pianella fino alla confluenza nella provinciale del Cipressino, discesa fino al bivio per Monte Antico (quello imboccato al mattino), volata finale per l’ingresso in Paganico.

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